SORSI DI PIGHIN

SORSI DI PIGHIN

di Giovanna Romeo

Tra eleganti dimore e ville venete si snodano i vigneti delle Tenute Pighin, azienda agricola che ha scelto, sin dagli inizi, la qualità come parametro primario del proprio lavoro. “Su questi presupposti è nata la necessità di possedere il pieno controllo della filiera di produzione e dell’affidabilità che si concretizza prima di tutto da una precisa selezione clonale delle barbatelle, poi da una corretta messa a dimora dei vigneti, fino ad arrivare al processo di vinificazione e affinamento” – riporta così il suo lavoro, Roberto Pighin, titolare dell’omonima azienda.

Una storia, quella della famiglia Pighin, che nasce nel 1963 e che racconta di 200 ettari di vigneto e circa un milione di bottiglie prodotte: “Vendemmiamo esclusivamente le nostre uve, tra autoctoni come Friulano, Ribolla, Malvasia Istriana, Picolit e Refosco e internazionali quali Pinot Grigio, Sauvignon e Chardonnay”. Inutile dire che il territorio è tra i più vocati: la natura di per sé permette di lavorare uve pregiate e i vini realizzati, tra i bianchi più longevi al mondo, si caratterizzano per freschezza ed eleganza.

La produzione si articola tra le Grave del Friuli, circa 160 ettari di vigneto su suoli pianeggianti di medio impasto, con ciottoli di origine fluviale e dilavamento dolomitico, e i 30 ettari a Spessa di Capriva, in pieno Collio goriziano, anfiteatro romano su terrazzamenti esposti a sud, costantemente sferzati dal “borino” lieve venticello estivo di bora che spira sul versante orientale dell’Adriatico. Il duro lavoro in campagna, il rispetto e il valore della terra sono da sempre le premesse e il filo conduttore dell’azienda.

È il gallo, uccello domestico legato saldamente alla vita rurale, inconfondibile e autentico nelle proprie origini, a rappresentare in tutte le etichette questa filosofia. In ogni calice, invece, la semplicità di un vino che come precisa Roberto Pighin  è il frutto di tanta tradizione ma anche di tecnologia. L’enologo Cristian Peres, che succede all’attività ventennale di Paolo Valdesolo, mantiene uno stile incentrato sulla pulizia, la finezza, l’eleganza e tanta verticalità.

In attesa della meritata Docg, ancora fortemente ostacolata, e in attesa della presentazione al prossimo Vinitaly del suo Collio Bianco Doc, ecco le etichette degustate: Ribolla Gialla Doc, vendemmia 2018, da suoli di “ponca”, roccia marnosa ricca di elementi minerali friabili, si caratterizza per un naso prevalentemente floreale. Il leggero passaggio in tonneaux da cinque ettolitri, per il 10% del volume della massa, regala struttura e maggiore persistenza. Bocca secca, citrina, di lieve volume.

Stessa filosofia per il Friulano Doc 2018, vino straordinariamente identitario profuma di melone, salvia, mandarino. Sapido, gessoso, sfodera una bocca ampia e gentile. Incarna tutta la mineralità di questi suoli. Per la Malvasia Istriana, vendemmia 2018, la vinificazione e l’affinamento sono esclusivamente in acciaio. Profuma di frutta esotica, ortica, pesca bianca e frutto della passione. In bocca ha l’eleganza di un Sancerre; sorso verace, dinamico, fresco con un finale sufficientemente persistente di scorza di arancia e una decisa sapidità.

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